Intelligenza Artificiale e diritto, un connubio insolito ma efficace

L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più prepotentemente nella vita quotidiana di ogni individuo, attraverso i software per la gestione dei dati, gli algoritmi che popolano siti e app, il cloud che si utilizza per archiviare dati e averli sempre a disposizione attraverso un qualsiasi dispositivo connesso a internet. Ma come può essere d’aiuto nella professione forense? Prima di rispondere, facciamo un passo indietro e approfondiamo alcune nozioni.

Da dove nasce l’intelligenza artificiale?

L’intelligenza artificiale (o AI Artificial Intelligence) nasce dai lavori del matematico Alan Turing che, esperto di logica e informatica, decise impiegarla per decodificare le comunicazioni tedesche durante la seconda Guerra Mondiale. Da lì è stato tutto un susseguirsi di opinioni, ricerche, supposizioni, dibattiti e prove da parte di moltissimi studiosi, fino a quando ci si pose la domanda “le macchine sono in grado di pensare”?

Attraverso un test messo a punto da Turing (denominato appunto Test di Turing) si misero a confronto un uomo e un terminale, che avrebbero dovuto svolgere i medesimi compiti, se il giudice non avesse colto la differenza nelle azioni dell’uno o dell’altro, allora si sarebbe determinata “l’intelligenza” della macchina.

Come accennato al principio dell’articolo, sono molteplici oggi le applicazioni dell’intelligenza artificiale, in quegli strumenti (talvolta anche invisibili, come il Cloud) che usiamo quotidianamente. Le macchine ci vengono in aiuto, ad esempio per fare calcoli complessi, misurazioni particolari, ma sono anche dotate di un’autonoma capacità di apprendimento, simile a quella del cervello umano.

Anche la Commissione Europea si è espressa in merito, definendo l’intelligenza artificiale come un software capace di simulare un ragionamento e/o in grado di imparare.

Intelligenza artificiale in ambito legale

Alla luce di quanto affermato finora, si può sostenere che l’AI potrebbe sicuramente essere in grado di supportare le attività legate al diritto.

Attraverso l’applicazione di particolari software si potrebbe infatti intervenire sulla velocità delle operazioni, snellendo i tempi di preparazione dei documenti, ad esempio, così preparare un atto giudiziario diventerebbe un’operazione più rapida; insomma, potrebbe consentire all’avvocato di essere ancora più efficiente potendosi dedicare a quelle attività che risultano “non delegabili”, non perdendosi dietro alla mera burocrazia.

Addirittura, qualcuno suppone che sia possibile impiegare alcuni strumenti per garantire una giustizia più equa (ma qualcun altro storce il naso quando si pensa ai diritti umani e non solo); poi comunque, ci sarebbe prima da affrontare la questione dell’interpretazione soggettiva delle norme che ancora oggi avviene.

Ma oggi l’intelligenza artificiale ha trovato una sua prima applicazione in campo giuridico, ad esempio viene impiegata per la redazione automatizzata di contratti e atti giuridici. L’avvocato deve compilare i campi predefiniti e in pochi minuti ottiene un documento che ha assoluto valore legale, conforme alla legge e contenente tutti gli elementi fondamentali per regolamentare un determinato rapporto.

Alcune aziende hanno anche realizzato dei software capaci di prevedere l’esito di un processo con un margine di esattezza fino all’80%, sempre basandosi sulle informazioni che vengono inserite per determinare la stima.

Chi utilizza già l’intelligenza artificiale nel settore legale?

Nel 2017 uno Studio utilizzava un software gestionale che permetteva agli assistiti di ricevere informazioni e aggiornamenti. Un’altra applicazione, denominata Law Maps, permette di confrontare attraverso mappe di retribuzione, contribuzione e non concorrenza, gli elementi per diversi stati del mondo.

Nel 2012 la IBM iniziò a sviluppare un sistema artificiale capace di dibattere con un soggetto umano su argomenti complessi, con l’abilità di esaminare volumi imponenti, costruire un discorso articolato e strutturato e condurre le persone su determinati ragionamenti fornendo evidenze e limitando emozioni, pregiudizi e ambiguità.

Sempre l’IBM nel 2016 ha lanciato il primo robot “con la toga” di nome Ross, che fu "assunto" da uno studio legale per occuparsi di diritto fallimentare, svolgendo (da solo) il lavoro di circa 50 avvocati. Nello specifico fu utilizzato per esaminare in maniera approfondita i documenti relativi a una frode finanziaria.

Esistono poi dei software a disposizione di coppie che vogliono separarsi o divorziare, che possono ottenere informazioni in forma gratuita e trovare una guida per il processo.

Italia, diritto e intelligenza artificiale

Il belpaese ha visto la nascita di Anthea, un software studiato per facilitare la gestione della conflittualità genitoriale dopo la separazione, permettendo poi a queste famiglie di interagire con facilità con i servizi sociali e fornire informazioni sull’andamento della gestione dei conflitti.

Per la prima volta in Italia, presso il tribunale di Modena per la precisione, nel 2017 una coppia ha acconsentito all’impiego di Anthea per la risoluzione della loro separazione consensuale.

Legal AI

Un’area di applicazione fertile per l’AI potrebbe ad esempio essere quello della Compliance, M&A, due diligence, così come stimato da alcuni tecnici.

In molti studi del mondo poi, sono presenti software in grado di stimare gli indennizzi in presenza di lesioni invalidanti e di confrontare la giurisprudenza a disposizione, ma solo ultimamente il temine Legal AI sta entrando a far parte del lessico (quasi) quotidiano, per definire il lavoro di programmi abili nella redazione di atti, fino alla sostituzione del giudice per la decisione.

La Commissione Europea sull’Intelligenza artificiale

Il 15 Aprile 2021 la Commissione Europea ha varato un regolamento (ancora in bozza, ma che sarà presentato ufficialmente il 21 Aprile 2021), sull’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale. L’Unione Europea ci tiene a scongiurare quegli effetti dell’utilizzo dell’AI che potrebbero rivelarsi negativi, sostenendo quelli positivi per l’economia europea e mondiale.

A quanto pare la Commissione Europea avrebbe deciso di vietare totalmente alcuni sistemi considerati ad alto rischio e limitare altri sistemi che non soddisferebbero gli standard europei. A tal proposito, le aziende che non si adeguassero a suddetto regolamento, rischierebbero di essere multate con importi fino a 20 milioni di euro o fino al 4% del loro fatturato annuo (cosa che richiama alla memoria il sistema sanzionatorio del GDPR (Regolamento UE 2016/679).

La Commissione Europea sottolinea di voler favorire una realtà più “umano-centrica”, ma è pur vero che acconsente all’utilizzo di software per le forze dell’Ordine ad esempio, o per questioni di estrema sicurezza. Cosa succederà dunque con il nuovo regolamento?